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FILO
FORME anno 3 n. 6 Il Laboratorio di Restauro Arazzi e Tessuti dei Musei Vaticani vanta una lunga tradizione che ha le sue radici nella settecentesca manifattura romana di San Michele. Nato come Fabbrica-Scuola di Arazzi, si è trasformato nel corso degli anni in un vero e proprio Laboratorio di Restauro, aggiornando le tecniche secondo le moderne concezioni del restauro. Tale evoluzione è particolarmente evidente seguendo il lungo intervento, non ancora ultimato, sulla serie di dieci arazzi, detta degli Atti degli Apostoli o della Scuola Vecchia, tessuta a Bruxelles da cartoni di Raffaello. La decisione di iniziare l'intervento è stata presa nel 1984 in occasione della mostra Raffaello in Vaticano e il suo restauro è ancora in corso con il Sacrificio di Listra e il San Paolo in prigione. In questi due ultimi arazzi, come già nella Consegna delle chiavi e nella Guarigione dello storpio, ha prevalso la scelta di eseguire un intervento prettamente conservativo. Specie nel caso di quelli ancora in restauro, si è voluto incrementare il campo della ricerca con indagini, eseguite dal Gabinetto Ricerche Scientifiche dei Musei Vaticani, mirate all'analisi dei filati e all'individuazione dei coloranti usati nelle tinture. Laboratorio
di restauro della Galleria del Costume di Palazzo Pitti a Firenze. Tre
diverse metodologie d'intervento. Il Laboratorio di restauro tessili della Galleria del Costume è stato ed è fonte di 'rigenerazione' delle sue raccolte. In venti anni di vita ogni opera - abito, accessorio di moda, costume teatrale o altro - vi è stata ospitata al momento dell'acquisizione per verificarne lo stato di conservazione e sottoporla, nella migliore delle ipotesi, a un semplice intervento di manutenzione senza intervenire sulle parti strutturali, oppure ad un lavoro di restauro dopo una attenta valutazione dello stato di degrado e delle eventuali alterazioni dello status originario del manufatto. L'abito è forse fra i manufatti tessili il più effimero e il più difficile da conservare. Per questo l'attività espositiva e quella di mantenimento delle opere in deposito sono imprescindibili da quella conservativa e la presenza di un laboratorio di restauro è assolutamente indispensabile all'interno della medesima struttura o strettamente connessa con la sede museale. Dalla vasta gamma di lavori di restauro effettuati ne sono stati documentati tre, che si distinguono ciascuno per tipologie di danni e conseguenti operazioni di recupero: un abito da gran sera di Haute-Couture parigina, etichetta "C. Worth / Paris", dal guardaroba di Donna Franca Jacona di San Giuliano sposata Florio; un paio di scarpe femminili abbinate ad un abito di manifattura siciliana ascrivibile al 1775-1780 ca. e un abito da sera di Emilio Schubert, databile intorno alla metà degli anni Cinquanta e appartenuto a Gina Lollobrigida. Restauro
integrativo o conservativo per i tappeti orientali? Un nodo da sciogliere Il restauro dei tappeti orientali non è stato ancora codificato: da un lato per l'uso di questi manufatti occorre un restauro integrativo, dall'altro l'attuale concezione 'etica' del restauro rifiuta i rifacimenti a vantaggio di un semplice consolidamento conservativo dello stato di fatto. Sarebbe opportuno recuperare non solo l'aspetto materico dell'oggetto e la brillantezza dei colori, ma anche l'effetto artistico della composizione d'insieme, con le sue simmetrie e le proporzioni originali, poiché un eccessivo rigore filologico produce solo dei frammenti che non riescono a trasmettere il messaggio estetico del tappeto completo. Dopo aver mostrato gli effetti di un recente intervento, che ha in pratica 'disintegrato' un noto esemplare spagnolo del Museo Islamico di Berlino, si propone il caso di due tappeti Cairo Ottomani del XVI secolo, molto simili tra loro, ma con diversa destinazione: l'uno per il collezionismo privato e l'altro per una collocazione museale. Museo d'Arte
Orientale di Venezia Il Museo d'Arte Orientale di Venezia possiede una straordinaria collezione di abiti e tessuti piani di provenienza giapponese, cinese, indonesiana. Si tratta di oltre 900 pezzi che fanno parte della collezione costituita da Enrico di Borbone conte di Bardi durante il viaggio intorno al mondo compiuto dal 1887 al 1889. La collezione pervenuta allo Stato fu allestita a Cà Pesaro nel 1928. Le soluzioni espositive dell'epoca se pur raffinate e suggestive non si sono dimostrate efficaci per la conservazione dei tessili. Attraverso l'esempio di restauro di un kosode, (abito precursore dell'attuale kimono), si dà conto delle vaste problematiche affrontate durante il recupero del prezioso nucleo degli abiti giapponesi.
PRESENTAZIONE Con questa
rassegna dedicata al restauro si conclude il primo ciclo dei numeri monografici
di filofome dedicati ai vari aspetti dello studio dell'arte e storia dei
tessili. Annamaria Morassutti
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