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CASA EDITRICE

Sezione Beni Culturali
CATALOGHI d'ARTE

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a cura di Giorgio Segato e Alessandra Urso,
LE DUE CARRARE
interno a 4 colori - copertina a 4 colori
pp 36 - F.to 21 x 21 - p.d.c. € 8,00
   ISBN 978-88-6336-058-5
Cat07

Questo agile catalogo esce in occasione dell’inaugurazione del monumento alle “Due Carrare”. Questa grande scultura bronzea, opera di Alessandra Urso, è collocata nel cuore della rotonda centrale dell’omonimo Paese e vuole dare un segno di benvenuto a colui che entra nella piazza oltre che informare il viaggiatore che questo è un Paese giovane di appena 14 anni, frutto della fusione di due centri vicinissimi tra loro, ma con profonde radici storiche. Proprio questa è una delle principali sottolineature dell’opera: l’unione di due Paesi contigui, vicini tra loro e con molti interessi comuni, con un territorio omogeneo ed una storia unica legata alla Signoria dei Carraresi, testimoni quindi insieme di una cultura consolidata. Il monumento alle “Due Carrare” introduce un’altra nozione di città: città del tempo, della bellezza, dell’accoglienza, dell’arte, dell’intellettualità, della cura, della salute, della solidarietà. All’interno interventi di: Sergio Vason. Alessandra Urso, Giorgio Segato, Giuseppe Zamarin, Maria Luisa Biancotto.

Alessandra Urso nasce a Padova il 18 Settembre del1968. Figlia d’arte, segue i corsi di studio artistici presso il Liceo Modigliani di Padova e l’Accademia di Belle Arti di Venezia, cominciando l’attività espositiva nella sua città. Nel 1999 comincia a collaborare con diverse fonderie d’arte del territorio italiano; da questo momento l’artista si dirige verso la scultura monumentale, realizzando opere funerarie e statue religiose per le Fonderie Caggiati-Matthews di Pittsbourg (U.S.A.), per le quali lavora ancora oggi. Tra le numerose collezioni pubbliche e private che ospitano le sue opere, si citano l’installazione per il Museo Apple di Quiliano (Sv), il monumento ritratto in bronzo di Livio Zen presso la sede dell’azienda Irsap di Rovigo, la scultura “Sirena” presso l’Hotel Terme Preistoriche di Montegrotto T. (Pd) e i tre bassorilievi in bronzo per il Duomo di Capo D’Orlando (Me), oltre che la statua “Lilith” presso la Fondazione Rita Levi Montalcini di Roma.

LE DUE CARRARE

a cura di Virginia Baradel,
ADOLFO CALLEGARI (1882-1948)
DA CA’ PESARO AI COLLI EUGANEI
(Catalogo della mostra)

illustrazioni a colori e b/n - copertina a colori
pp 176 - F.to 21 x 27 - p.d.c. € 30,00
   ISBN 978-88-6336-026-4
Cat06

In occasione del sessantesimo anniversario della morte di Adolfo Callegari (pittore, archeologo, storico d’arte, custode dei monumenti, cultore degli Euganei) una mostra e un catalogo ricostruiscono e rendono omaggio all’illustre personaggio che attraversò da protagonista la cultura artistica della prima metà del secolo scorso in territorio veneto.
Nato nel 1882 a Padova, Adolfo Callegari dopo la laurea in Giurisprudenza nel 1906, si dedicò interamente alla pittura. Fu a Venezia (allievo di Luigi Nono) e all’accademia di Monaco (nella classe di Angelo Jank). Esordì nel 1912 con una sala personale a Ca’ Pesaro; nel 1913 fu alla mostra della Secessione romana e a Ca’ Pesaro; nel 1914 espose con i capesarini contestatori della Biennale all’Hotel Excelsior al Lido. La parentesi della guerra interruppe lo slancio in questa promettente direzione e lo volse verso una scelta di colto e raffinato isolamento nella cornice degli amati colli Euganei. Come pittore parteciperà ancora a qualche mostra. Nel 1916 si stabilì definitivamente ad Arquà dove divenne “Custode della casa del Petrarca”, “Ispettore onorario ai monumenti” e sindaco realizzando il fondamentale restauro della casa del Poeta. Nel 1922 accettò l’incarico della direzione del Museo Nazionale Atestino che mantenne sino alla fine dei suoi giorni. Nel 1928 venne incaricato di ordinare le collezioni, e dal 1930 di dirigere, il Museo di Torcello da cui dipendevano anche gli scavi di Altino. Analogo incarico ricevette nel 1940 per il Museo di Belluno, interrotto a causa della guerra e ripreso alla vigilia della morte.

SCRITTI DI
Virginia Baradel (pittura e carteggio Ojetti), Mariolina Gamba e Giovanna Gambacurta (archeologia), Fabrizio Magani (la tutela dei monumenti), Francesco Selmin (i colli Euganei), Aurora Di Mauro (il castello di Monselice), Fabio Copercini (rifelssioni biografiche). Testimonianze di Italo Craffi e Cesare Pettinato, biografia e bibliografia a cura di Virginia Baradel e Clara Pagnacco.

Virginia Baradel è storico e critico d'arte. Ha collaborato con la Biennale di Venezia, la Fondazione Bevilacqua La Masa e con diversi musei veneti. Negli anni Novanta è stata consulente per l'arte del Novecento della Fondazione Querini Stampalia a Venezia. Negli ultimi anni ha curato la mostra "La grande svolta. Viaggio in Italia negli anni sessanta" (catalogo Skira) e "Boccioni prefuturista. Gli anni di Padova"(catalogo Skira). Suoi i saggi su Padova nei due volumi su "La Pittura del Novecento nel Veneto" (Electa-Mondadori-Regione Veneto). Collabora con la terza pagine delle testate Finegil del Nord Est: Il Mattino di Padova, La Nuova Venezia. La Tribuna di Treviso.

ADOLFO CALLEGARI

Riccardo Perale,
VAPORE D’ACQUA
I VAPORETTI DEL CANAL GRANDE
(Catalogo della mostra)

SCRITTI DI
Virginia Baradel, Arrigo Cipriani, Enrico Gusella
illustrazioni e copertina a 4 colori
pp 88 - F.to 21 x 28 - p.d.c. € 25,00
   ISBN 978-88-6336-025-7
Cat05

La maggior parte dei lettori di questa bella pubblicazione di Riccardo Perale non hanno mai visto un vero vaporetto. Uno di quelli che avevano la caldaia a carbone che produceva il vapore per farli funzionare. Da qui anche il nome. La forma negli anni non è cambiata di molto. Lo scafo è dislocante e copia quello dei grandi bastimenti. Non è il massimo per una certa risacca provocata dal pescaggio che richiama acqua da sotto le fondamenta dei palazzi ad ogni passaggio in Canal Grande. Non sono un gran che anche sotto il profilo della stabilità con il peso dei passeggeri sopra il livello dell’acqua. Ma, anche con tutti questi difetti, il vaporetto rimane un simbolo della città. Come i Cable Cars di San Francisco. Vaporetti erano, almeno all’inizio, anche quelli che facevano servizio per le isole della laguna. I primi, a vapore, furono sostituiti da altri con il motore diesel, oggi i vaporetti sono rimasti più o meno gli stessi, modernizzati nei comandi, ma non al passo con i progressi dell’ingegneria navale. Riccardo Perale li ha idealizzati in forme oniriche. È stato talmente bravo da farli sembrare belli. La ricerca espressiva di Riccardo Perale parte dalla fotografia stampata, attraversa l’esuberanza della virtualità -la variabilità incessante delle mutazioni elettroniche- e torna alla stampa riportando il virtuale a una logica paradossalmente naturalistica. Per questo processo creativo avanziamo l’ipotesi critica di un naturalismo dell’invisibile, inteso come percezione di un’identità più interna di quella visibile, velata dietro il dominio delle apparenze ma anche delle sembianze.

Riccardo Perale nasce a Venezia nel 1946 e vive a Padova dal 1974. Appassionatosi presto alla fotografia e alla cinematografia, a sedici anni vince il premio nazionale Anica Agis, con un cortometraggio sul vetro di Murano. Decide di fare il medico e sceglie la più immaginifica delle specialità, la radiologia.
L’applicazione clinica e l’insegnamento univer¬sitario delle metodiche diagnostiche assistite dal computer (radiologia digitale, ecografia, TAC, risonanza magnetica) lo conducono in modo naturale all’applicazione del software alle foto¬grafie di persone, di cose e di luoghi, da ultimo dei vaporetti del Canal Grande, luogo privilegiato delle memorie infantili e della nostalgia.

VAPORE D’ACQUA - I VAPORETTI DEL CANAL GRANDE

a cura di Silvia Pichi,
IL TESORO DI SAN SALVADOR
ARTE ORAFA A VENEZIA TRA FEDE E DEVOZIONE
(Catalogo della mostra)

a cura di Nicola Galvan, Annamaria Sandonà, Giorgio Segato
illustrazioni a colori - copertina a 4 colori
pp 176 - F.to 20 x 33 - p.d.c. € 40,00
   ISBN 978-88-6336-024-0
Cat04

Grazie al permanere di un’ininterrotta tradizione di fede si è costituito nel tempo quell’insieme di oggetti, che oggi compongono il Tesoro di San Salvador. Esso appartiene al patrimonio degli arredi sacri tuttora conservati nella sacristia e nei locali adiacenti e, in misura non trascurabile, ancora utilizzati secondo la loro specifica funzione liturgica. Ciascuno degli oggetti esposti ha un valore che non può ridursi alla mera valutazione sul mercato antiquiario. Il tesoro di San Salvador custodisce oggetti diversi per epoca e stile, per funzione e qualità artistica, fabbricati in un arco di tempo che va dal XIV al XX secolo. Dall’epoca più antica abbiamo ereditato splendidi manufatti di diversi stili. Sui reliquiari dove si stagliavano smalti traslucidi pare di scorgere il fascino dei primordi di San Salvador. Con il nodo del fusto in gotico fiorito un reliquiario riporta alla memoria la Venezia che si affermò a partire dalla quarta crociata, allorchè divenne luogo dove il culto delle reliquie della Passione di Cristo e dei martiri dei primi secoli ebbe un’incidenza notevole e da qui poi si diffuse per l’intera Europa… e via via dal Rinascimento fino a pochi decenni fa ogni altro oggetto riassume un momento del vissuto comunitario delle chiese di San Salvador e di San Bartolomeo, per le quali fu commissionato ora da una Scuola di mestiere o di devozione, ora dal parroco del tempo o da qualche fedele. Ancor oggi nel luogo più significativo, incastonato in quell’originale pannello e fastigio sovrastanti l’antico altar maggiore, si trova il celebre paliotto d’argento dorato.

Silvia Pichi è laureata presso l’Università di Firenze e specializzata in storia dell’arte orafa; come docente di storia delle arti applicate ha insegnato per numerosi corsi dedicati all’oreficeria, al mobile antico e alla tarsia lignea. A Venezia si occupa di didattica mussale all’interno dei musei statali e civici, collabora con la Soprintendenza di Milano per il Cenacolo Vinciano e la Pinacoteca di Brera, con quella di Trieste per il Castello di Miramare, con quella di Mantova per Palazzo Ducale e con la Soprintendenza vicentina per il Teatro Palladiano. È impegnata nella campagna di Inventariazione e Catalogazione dei Beni Ecclesiastici della Diocesi che si svolge presso l’Ufficio Beni Culturali del Patriarcato di Venezia. Numerosi sono i saggi e le monografie pubblicati dedicati all’arte orafa.

IL TESORO DI SAN SALVADOR - ARTE ORAFA A VENEZIA TRA FEDE E DEVOZIONE

Giuseppe Polisca,
TAVOLE SPEZZATE
(Catalogo della mostra)

a cura di Nicola Galvan, Annamaria Sandonà, Giorgio Segato
illustrazioni a colori - copertina a 4 colori
pp 50 - F.to 21 x 21 - p.d.c. € 10,00
   ISBN 978-88-6336-019-6
Cat03

In sintonia con diverse esperienze artistiche contemporanee, la ricerca di Giuseppe Polisca è caratterizzata nell’approccio operativo da un confronto con l’idea di superficie. Le sue tavole incise, percorse da materiali preziosi e rari, accanto ad altri poveri e comuni, sembrano perseguire l’ipotesi di fare del campo tradizionalmente dedicato alla rappresentazione non solo un vero oggetto, ma un luogo testimoniante il succedersi degli avvenimenti che la manualità del lavoro produce. […] L’architettura religiosa si pone al centro di gran parte dei lavori recenti dell’artista urbinate. Il pensiero di Polisca è uso frequentare la riflessione di tipo spirituale quanto la speculazione specificamente teologica.
[...] Dall’aspetto materiale e concreto dell’architettura, egli sceglie di risalire sino alla sua forma ideativa e progettuale, a quando gli edifici non esistevano che allo stato di ipotesi, di puro pensiero che cercava, attraverso il segno, di comporsi in rapporti, equilibri, canoni. E questo aspetto regressivo viene messo in opera grazie all’atto di incisione, ovvero di “scavo” delle superfici. Le pure linee che vediamo ricostruire le architetture del nostro passato sono in realtà dei solchi, dei vuoti risultanti da una sottrazione di materia. [...] L’escavazione operata sembra inoltre assolvere a una necessità di tipo simbolico: Lo scavare è infatti per eccellenza l’attività dell’archeologo, strumentale al ritrovamento, al “riportare alla luce” il reperto. Un’operazione affine viene solitamente svolta da polisca su superfici ricoperte di colore nero. Il suo è dunque un autentico squarcio nella tenebra della Storia, liberante una forma di spiritualità inattuale che il sudario del tempo avvolge e nasconde al presente: un atto che contestualmente ripresenta allo sguardo i luoghi fisici sorti allo scopo di accogliere la condivisione e la formalizzazione attraverso il rito sacro. (Dal saggio di Nicola Galvan).

Giuseppe Polisca, è nato a Urbino nel 1943 dove compie gli studi presso l’Istituto Statale d’Arte, nella sezione di calcografia, sotto la guida dei maestri Leonardo Castellani e Renato Bruscaglia.
Ha insegnato discipline pittoriche dal 1969 al 1972 presso il Liceo Artistico di Catania, e dal 1972 al 2002 discipline pittoriche al Liceo Artistico di Padova, città dove risiede. (cfr. www.polisca.it)

TAVOLE SPEZZATE

Cristina Cocco,
EVOLUZIONE
(Catalogo della mostra)

a 4 colori
pp 16 - F.to 21 x 28 - p.d.c. € 5,00
Cat02

L’installazione di Cristina Cocco negli spazi dell’Orto Botanico di Padova appare come un’opera compiuta, un capo-lavoro di sintesi del suo percorso d’artista. Una summa di riflessioni e processi in cui hanno parte dominante il tema della vita naturale e l’esperienza del tempo, interpretati da una pittura in grado di cogliere e restituire, con i propri mezzi, il mistero dell’evoluzione. I lati del grande cubo diventano schermi di rappresentazione delle fasi salienti di trasformazione. L’andamento pittorico asseconda la mutazione e diventa, allo stesso tempo, medium e metafora di ciò che accade, parallelamente, nello sguardo-mente dell’artista e nell’acqua dello stagno. Dunque colori e stesure tendono a rendere i tracciati dell’evoluzione.
In quest’analogia si cela l’alleanza creativa tra la materia pittorica e l’investimento concettuale. Pensiero e pittura diventano una cosa sola poiché forte è l’intenzione di produrre un realismo dell’invisibile vitale.  Dentro al cubo la verità oggettiva: il tempo reale, la camera fissa, il film sulla vita che si trasforma dentro l’acqua dello stagno. Un capo-lavoro della creazione, raccontato senza trucchi dall’obiettivo aperto sullo schermo dello stagno. A correre, idealmente, stavolta è la pellicola: come un nastro, come le tele che avvolgono il cubo, come i segni di trasformazione, come la vita naturale.

Cristina Cocco si diploma all'Accademia di Belle Arti di Venezia nel 1991. Ben presto si fa notare per una non comune padronanza del mezzo pittorico che la porta da un lato a dipingere nei modi di un aggiornato naturalismo e dall'altro ad abbracciare la lezione dell'informale gestuale di Vedova che la Cocco elabora in modo del tutto personale Dal 1989, anno della partecipazione a “Mobile e Motivo”, Venezia Design (a cura di Ennio Chiggio), sono moltissime le partecipazioni a mostre. Nel 1994 realizza la scenografia per il balletto "Quadri di un'esposizione" al Teatro Verdi di Padova. A metà degli anni novanta inizia un periodo di riflessione. La Cocco interrompe volutamente il corso di una fluente abilità pittorica, che le viene ampiamente riconosciuta, e si applica ad una ricerca più problematica e segreta. Arriva così alla stagione dello stagno e delle ninfee, a quella soglia dove l'informale della pittura si rispecchia nell'informe della natura.
Nel 2006: mostra personale Ninfee presso le Scuderie di Palazzo Moroni a Padova è la prima uscita pubblica di opere maturate in diversi anni di ricerca e di sperimentazione, partecipa con il video In una notte (progetto a cura di Renato Pengo) al San Giò Festival Verona 2006 XXII Rassegna Internazionale di video indipendenti e altro, a cura di Ugo Brusaporco.

EVOLUZIONE

curatore Franca Pellegrini,
GIUSEPPE JAPPELLI E LA NUOVA PADOVA

copertina a 4 colori
pp 288 - F.to 23 x 28,5 - p.d.c. € 55,00
   ISBN 978-88-6336-008-0
Cat01

Negli anni che vedono la caduta della Serenissima, il dominio napoleonico, l’inclusione di Padova e del Veneto nel Regno Lombardo Veneto, la città conosce dopo secoli il primo importante momento di rinnovamento del suo tessuto. Un nuovo rituale sociale si faceva strada accanto all’emergere di un’estetica legata al culto di un recupero filologico della classicità, alla quale presto si sovrapponeva una sempre più pronunciata sensibilità romantica.
Ripensare la città presupponeva un nuovo approccio a una ritrovata individualità urbana, una necessità di adeguare i percorsi a nuove funzioni, a riprogettare gli spazi per consentire a Padova di uscire dallo stretto sigillo della cerchia delle mura cinquecentesche. Il veneziano Giuseppe Jappelli fu colui che seppe elaborare la migliore risposta a queste istanze. Seguendo un’idea di armonico ripensamento della città, pensava alla riorganizzazione delle funzioni pubbliche, coinvolgendo anche le imprese edilizie volute da privati cittadini nella ripianificazione dell’intero spazio urbano. Si trattava di un programma organico di amplissimo respiro, destinato a non giungere a una completa attuazione, ma del quale restano interventi che sono divenuti elementi fondamentali dell’immagine cittadina. Oltre a edifici che facevano da sfondo alle occasioni di incontro della nuova società - il suo capolavoro, lo stabilimento Pedrocchi, e il Teatro Nuovo - restano interventi per privati, come il Giardino Treves, il palazzo Giacomini ora Romiati. L’accostamento alla monumentalità architettonica francese del momento di passaggio tra i secoli XVIII e XIX, l’accoglimento del neogotico, il lavoro a Roma e i legami con la Francia e l’Inghilterra qualificano Giuseppe Jappelli come una delle figure più aggiornate e di maggiore rilievo internazionale espresse da Padova nell’Ottocento.

GIUSEPPE JAPPELLI E LA NUOVA PADOVA

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